La Scatola della Memoria

Al timone di reba

Al Timone
Chiudo gli occhi, le mani stanche stringono ancora il vecchio timone.
Il mare inquieto sussurra forte,
ma posso ancora tener la rotta.

Eppure il cuore sogna quiete,
musica lieve che sfiora l’anima,
il respiro caldo dei miei amati cani, 
il cielo, le stelle, il mare profondo.

Notte silente, dimmi tu:
lascio la barca cedere al vento
o ancora una volta afferro il destino
e traccio un ultimo, incerto sentiero?

«A chi mi ha camminato accanto» di Francesca

Caro amore,
o caro tempo,
o caro chiunque mi abbia camminato accanto,

non so da dove cominciare,
forse da quegli anni in cui la vita ci sembrava generosa,
in cui bastava uno sguardo e il mondo ci applaudiva.
Le scuole private, le vacanze da sogno,
la sabbia bianca delle Maldive sotto i piedi dei nostri figli
e Cuba che danzava nei nostri ricordi.
Tutto sembrava eterno,
e invece no.

Poi il 2008 ha bussato alla porta
e non era un visitatore gentile.
Abbiamo fatto un passo indietro, poi un altro,
ma non abbiamo mai lasciato che i nostri figli sentissero il vuoto.
Abbiamo messo via i viaggi, le macchine nuove,
ma non l’amore.

Nel 2016 la parola “cancro” è entrata in casa
come un ladro.
Tu hai affrontato la malattia,
io ho affrontato tutto il resto.
E anche se spesso sembri distante,
anche se le parole tra noi a volte inciampano,
so che mi hai voluta al timone,
che mi hai lasciata decidere,
che mi hai amata senza proclami,
ma con quella fiducia che pesa più di cento frasi.

Abbiamo venduto case,
perso notti, contato debiti come si contano le stelle
quando si ha paura del buio.
Ma non abbiamo perso il senso.
Stefano ha deciso di restare.
E allora si resta anche noi.

Io non mi lamento.
Anzi.
Ho avuto una vita piena,
ho amato, ho lavorato, ho costruito.
Ho avuto tre figli che sono la mia poesia vivente,
e cani che mi hanno fatto sentire necessaria.

Ma ora, lo confesso:
vorrei solo un poco di pace.
Non la pace rumorosa dei traguardi,
ma quella silenziosa delle cose semplici:
un mattino lento,
la tua mano sulla mia,
una casa dove si respira senza paura.

Non voglio indietro ciò che è stato.
Voglio solo sentirmi leggera,
come una promessa mantenuta.

Con amore,
con stanchezza,
con speranza,

tua.

Poesia di Francesca

Il vento

come un regista,

guida le piccole foglie

in una danza gioiosa,

si rincorrono volteggiano planano

in un’immensa scia di Vita.

Perduta, da quando

il loro padre albero le fece cadere a terra,

non poteva più

trattenere a se le piccole foglie,

avere qualcosa da donargli

Alzò i rami e chiese al vento di

dare a loro la possibilità di rivivere con

la danza attimi di Vita

avvicinandole a lui il più possibile

sentirle accarezzarle ancora una volta. 

Sui passi di Dostoevskij con Reba

Reba ha condiviso questo passaggio di una lettera di Dostoevskij:

“Oggi, 22 dicembre, ci hanno portato in piazza Semjonov. Lì a tutti noi hanno letto la condanna a morte… Poi hanno messo i primi tre al palo per l’esecuzione. Io ero il sesto, ci hanno chiamato a tre per tre, io ero nel secondo gruppo e non mi restava che un minuto da vivere. Io ho ricordato te, fratello, tu soltanto eri nella mia mente… Finalmente è suonato il segnale, i legati al palo sono stati portati indietro e ci hanno detto che Sua Maestà Imperiale ci aveva fatto grazia della vita… La vita, ora capisco, è dappertutto, la vita è in noi stessi e non fuori di noi. Accanto a me ci saranno degli esseri umani, anche ai lavori forzati, ed essere uomo fra gli uomini e restarlo per sempre, in qualsiasi sventura non avvilirsi, non perdersi d’animo, ecco in cosa consiste la vita, ecco il suo compito. Ne ho preso coscienza. Questa idea è entrata nella mia carne e nel mio sangue… Quella testa che creava, che viveva della vita superiore dell’arte è stata tagliata via dalle mie spalle… Guardando indietro penso quanto tempo è stato speso inutilmente, quanto ne è andato perduto in errori, futilità, incapacità di vivere… La vita è un dono, adesso, cambiando vita, rinasco in una nuova forma… Rinascerò migliore. Ecco la mia speranza, tutto il mio conforto”. 

La vita è dappertutto, quattro parole contengono un infinito. 

Sulla soglia dei miei 30 anni

Recentemente mi è capitato di dover svolgere un esercizio interessante: scrivere una lettera al mio io passato per parlargli del suo futuro, che è il mio passato. Ho riflettuto su questo compito per settimane. A quale io passato dovrei scrivere? E poi, di cosa dovrei parlargli esattamente? La prova ha assunto maggior peso sulla soglia dei miei 30 anni, perché i compleanni portano con sé un carico di riflessioni, bilanci e aspettative. Allora, su questa soglia, io mi giro e guardo i cadaveri disseminati dei miei io passati. A chi di questi morti devo parlare? E cosa mai dovrebbero ascoltare le loro orecchie perse nelle curve del tempo?

Forse parlerei al bambino con il dinosauro in mano, oppure a quello che faceva il saluto del lupo; o ancora, a quello con il ginocchio rotto, oppure al ragazzo al primo giorno di Università. E ognuno di loro, se potesse parlare, cosa direbbe a quelli indietro e a quelli che ancora devono venire? Cosa direbbero a me? Mi riconoscerebbero?

Se guardo a loro, vedo che abbiamo abitato mondi che non esistono più, o esistono solo parzialmente. Li vedo fisicamente diversi, psicologicamente variegati, sani e malati. Eppure, in tutta questa varietà disorientante e turbinosa, riscontro un filo sottile che ci tiene tutti legati: la nostra origine. Forse, quindi, non dovrei scrivere a me, bensì ai miei genitori, ai miei nonni, o a chissà chi. E cosa mai scriverei a loro?

Direi che mi hanno insegnato, non a parole ma con le azioni, a scendere ogni mattina, ad inseguire un sogno, frutto di un’ambizione sana e non di una che fa marcire il sogno in ossessione. Direi che mi hanno insegnato, non a parole ma con le azioni, che il cielo, nella vita, è meglio tentare di toccarlo due volte, piuttosto che rifugiarsi a terra per paura di volare. Direi che mi hanno insegnato, non a parole ma con le azioni, che la libertà è un valore, non solo quella con la L maiuscola, quella della storia, ma anche quella quotidiana, sudata sui banchi di lavoro. Direi che mi hanno insegnato, non a parole ma con le azioni, che l’autenticità è un lusso per animi nobili, di cui scarseggia il mondo. 

Qualche tempo fa, feci un sogno. Ero un professore di Marketing, che si cullava all’idea di essere un intellettuale e che promuoveva l’ideale di una società oligarchica, in cui quelli come lui, gli studiosi, gestissero i Paesi, e a morte la democrazia. Mi svegliai tutto sudato e mi venne subito in mente mia nonna, che con la terza elementare, portava su e giù dalle scale il cherosene per molti anni. Poi subentrò l’immagine di mio nonno, che lasciò Milano per quella che allora era solo campagna, indebitandosi per inseguire il sogno della libertà. In rapida successione vidi mio padre, con i truccioli sul maglione, che doveva stare a sentire le lezioni di persone che si erano dimenticate cosa significasse vivere, o non l’avevano mai saputo. E ancora, mia mamma che mandò a quel paese un certo superiore, perché la professionalità esige rispetto e non una stupida gerarchia. E poi, infine, ecco i miei fratelli, a cui dissero che guardavano troppo fuori dalla finestra o che i punti non bastavano per passare l’esame; ma che ora sanno più cose della media dei laureati e che, soprattutto, sopravvivrebbero in diverse situazioni, a differenza degli idioti di Facoltà. 

Sciacquandomi la faccia, dopo questo incubo, e ripensando a tutte queste immagini, mi resi conto che quel professore era più povero degli schiavi dell’Antica Grecia e che avrei combattuto per non diventare mai così, rinnegando la mia origine, la mia esistenza autentica.

Ed eccomi qui, sulla soglia dei miei 30 anni, a non sapere chi sono, perché questo non lo si sa mai fino a quando si vive; ma con una bussola in mano, costruita dalle storie della mia famiglia, che mi orienta in un mondo di infinite possibilità, in cui si deve morire per esistere, altrimenti ci si perde in esistenze inautentiche, su soglie di possibili io. Questa bussola mi parla di ambizione, della bellezza dei sogni, della paura dei fallimenti, del valore della libertà, di quanto sia preziosa l’autenticità e, infine, di quanto sia importante lo scendere ogni mattina, anche quando la fede e fiducia in sé traballano. 

Quindi, se proprio dovessi scrivere a qualche mio io passato, manderei una lettera a Michele, nato il 9 Giugno 1991. Non saprebbe leggere, probabilmente non vedrebbe nemmeno il foglio e starebbe piangendo per essere appena nato. In questa lettera non scriverei molto. Pur avendo la passione per la scrittura, la mia famiglia mi ha insegnato che le azioni spesso insegnano più delle parole. Tuttavia, qualcosa scriverei. Gli riporterei una frase di mio padre che, parafrasando Borsellino, è solito dire: “chi ha paura di morire, muore due volte”. La paura della morte esistenziale, che è più profonda e quotidiana di quella fisica, ti può rendere schiavo nella tua stessa vita, incatenato a pensieri, sogni ed incubi non tuoi.

Ricordati, caro Michele, che il sole sorge e tramonta per tutti, ma per ognuno in modo diverso. Sta a te raccogliere il tuo essere e incamminarti in quella vastità che è la vita, senza dimenticarti che non potrai conoscere la tua destinazione, almeno fino a quando non morirai. E ricordati, anche, che sarai materialmente solo in questo viaggio, ma avrai almeno una bussola con te, che non sparirà mai e che non ti lascerà mai esistenzialmente solo.

Fai buon viaggio, caro Michele.

Sull’origine del mio scrivere

Stanchi occhi pescano

folletti fuorilegge scappati

da foreste bianche

di fogli macchiati

tracce di acqua stagnante

Ricerco un’origine

di senso centripeto

gravità per i miei pensieri

aerostati incerti sfumati spenti

Scorgo quel bambino

riflesso di un istinto

respiro vitale di morte

di possibilità che volteggiano

di eterneggianti presenti

sull’isola dello zucchero magico

Le quattro uova

Ci sono quattro uova: due bianche e due di cioccolato. Mi aspettano, io le osservo. Non so chi le abbia portate: un coniglietto, una gallina, una persona dal volto coperto. So solo che mi incuriosiscono; hanno una storia da raccontare.

Il primo uovo, di cioccolato, arriva dal passato e porta con sé un ricordo dolce. Mio nonno cammina lento con il sorriso sul volto. Porta uno scatolone, pieno di uova di cioccolato per me e i miei fratelli. Entra, adagia lentamente il regalo sul pavimento e un’atmosfera di festa si irradia da quel centro. È strano come funzioni la memoria. Non so se il ricordo sia associato a un particolare momento o se quella scena si sia ripetuta annualmente, finendo con il marchiare la mia mente. Poco importa. Quel sorriso mi accompagna ancora oggi, sussurrando di fare buon viaggio.

Un viaggio che non so dove mi stia portando. Due uova bianche mi scrutano e mi interrogano sulla mia natura. Io sono davanti a loro con un velo squarciato in mano, traccia di un’illusione morta con la scomparsa di mio nonno. Sono un equilibrista in bilico tra sogno e realtà, tra emozione e ragione, tra significato e mancanza di senso. Danzo su una soglia, che rispecchia una fragilità esistenziale. È un viaggio lungo, direi un buon viaggio. Tuttavia, il dubbio si insinua. Chi sono io di fronte a quella fragilità? Basta un passo sbagliato e il vuoto mi inghiottirà. Ci vuole maestria per sfiorare la perfezione, pura e immacolata. E se si potesse toccare soltanto una volta nella vita?

Il terzo uovo, sempre di cioccolato, mi chiede di smetterla con le domande. Proviene dal futuro e porta con sé un messaggio: il buio è necessario per vedere i colori. Canticchia un motivetto, mi sembra una canzone di Vecchioni. Io osservo quella fiamma che arde accerchiata dalle tenebre, in grado di sorreggere il peso della malinconia. Ho paura che si spenga da un momento all’altro. Eppure, va avanti in una danza silenziosa, con sempre meno ossigeno. Respiro piano per non disturbarla, ma la accompagno con i miei occhi. Deve essere supportata, bisogna proteggerla in una bacheca di vetro. Essa è un’opera d’arte, piena di senso grazie solamente al suo esistere. Ha bisogno solo di un po’ di ossigeno per continuare ad alimentare la bellezza, sperando di salvare il mondo: il suo e il mio.

Ci sono quattro uova: due fresche e due di cioccolato. Mi raccontano una storia, lunga un’eternità, che parla di una folle danza di una fiamma tra la vita e la morte. Non so più cosa sia passato, presente e futuro. Poco importa. Un sorriso appare sul mio volto e comprendo che sarà un buon viaggio.

Pensiero su Coronavirus – Reba

Isolamento, distanza, lavarsi le mani, usare disinfettanti, mettere i guanti e la mascherina,
non andare in giro, restare a casa … dicono gli esperti: solo seguendo queste
istruzioni l’ ormai famoso Covid-19 non ci contagerà, sarà vero? Oppure saremo quasi tutti contagiati: i più fortunati non avranno sintomi oppure li avranno lievi, i meno fortunati non riusciranno a sopravvivere. La paura esiste tra di noi, i paesi sono quasi deserti, i negozi chiusi, qualche fabbrica, tra cui la nostra, lavora ancora, non sappiamo per quanto perché non arrivano nuovi ordini, alcuni di quelli acquisiti sono stati annullati o posticipati. Tante aziende come la nostra faranno fatica a rialzarsi, speriamo di non ammalarci in modo di avere le forze di rimetterci in piedi, di non permettere che tanti anni di lavoro e sacrifici vengano spazzati via.

E’ un momento triste, complicato, una lezione di vita dalla quale non so ancora cosa imparerò, ma sono sicura che la nostra vita non sarà più come prima, anche se non sono più certa di aver vissuto fino ad ora nel modo più giusto per me e nei confronti degli altri.

Indietro non si può tornare e se Coronavirus lo permetterà cercherò di vivere il resto della mia vita al meglio. 🙂

Pensiero su Coronavirus

Ho finito di vedere un bel film “ The teacher”. Per un po’ non ho pensato alla situazione in cui siamo, sequestrati da un microscopico virus Codiv 19.

Mi sento sicura in casa, non voglio più ascoltare gli aggiornamenti in TV, i dibattiti. Sono tutti grandi protagonisti di una recita: lo scienziato onnisciente, il polito che critica tutto e tutti, il dottore eroe,
l’infermiera stremata che dorme sul pc.

Penso alle tante persone morte, diventate numeri e percentuali, mi spiace tanto che la loro vita sia terminata in questo caos, senza avere diritto ad un vero funerale , ad un propio caro accanto.
Dicono che i medici debbano decidere a chi salvare la vita perché non hanno abbastanza posti nelle terapie intensive, questo è quello che mi rattrista di più e mi ricorda come mori’ mio papà.

Era il 2015, non c’era nessuna epidemia, si sentì male a causa di una polmonite, complicata da un edema polmonare, necessitava di cure e di una toracentesi, ma nessuno ospedale della Lombardia lo ricoverò, perché non c’erano posti liberi.

Alla fine decisero di parcheggiarlo in un piccolo ospedale, dove mancava l’attrezzatura e lo specialista per curarlo; trovò solo della morfina che lo accompagnò nel suo ultimo viaggio.

Certamente questa epidemia è di così larga portata che la capacità degli ospedali è al limite, e la colpa principale è di questo virus, ma anche di cattiva politica che negli anni ha continuato a tagliare costi per la sanità, chiudere ospedali nei piccoli paesi, senza formare abbastanza medici a causa del numero chiuso nelle università e non assumere personale infermieristico.

Spero tanto che nessuna della mia famiglia venga contagiato, ognuno è nella propria solitudine.

Francesca