Sulla soglia dei miei 30 anni

Recentemente mi è capitato di dover svolgere un esercizio interessante: scrivere una lettera al mio io passato per parlargli del suo futuro, che è il mio passato. Ho riflettuto su questo compito per settimane. A quale io passato dovrei scrivere? E poi, di cosa dovrei parlargli esattamente? La prova ha assunto maggior peso sulla soglia dei miei 30 anni, perché i compleanni portano con sé un carico di riflessioni, bilanci e aspettative. Allora, su questa soglia, io mi giro e guardo i cadaveri disseminati dei miei io passati. A chi di questi morti devo parlare? E cosa mai dovrebbero ascoltare le loro orecchie perse nelle curve del tempo?

Forse parlerei al bambino con il dinosauro in mano, oppure a quello che faceva il saluto del lupo; o ancora, a quello con il ginocchio rotto, oppure al ragazzo al primo giorno di Università. E ognuno di loro, se potesse parlare, cosa direbbe a quelli indietro e a quelli che ancora devono venire? Cosa direbbero a me? Mi riconoscerebbero?

Se guardo a loro, vedo che abbiamo abitato mondi che non esistono più, o esistono solo parzialmente. Li vedo fisicamente diversi, psicologicamente variegati, sani e malati. Eppure, in tutta questa varietà disorientante e turbinosa, riscontro un filo sottile che ci tiene tutti legati: la nostra origine. Forse, quindi, non dovrei scrivere a me, bensì ai miei genitori, ai miei nonni, o a chissà chi. E cosa mai scriverei a loro?

Direi che mi hanno insegnato, non a parole ma con le azioni, a scendere ogni mattina, ad inseguire un sogno, frutto di un’ambizione sana e non di una che fa marcire il sogno in ossessione. Direi che mi hanno insegnato, non a parole ma con le azioni, che il cielo, nella vita, è meglio tentare di toccarlo due volte, piuttosto che rifugiarsi a terra per paura di volare. Direi che mi hanno insegnato, non a parole ma con le azioni, che la libertà è un valore, non solo quella con la L maiuscola, quella della storia, ma anche quella quotidiana, sudata sui banchi di lavoro. Direi che mi hanno insegnato, non a parole ma con le azioni, che l’autenticità è un lusso per animi nobili, di cui scarseggia il mondo. 

Qualche tempo fa, feci un sogno. Ero un professore di Marketing, che si cullava all’idea di essere un intellettuale e che promuoveva l’ideale di una società oligarchica, in cui quelli come lui, gli studiosi, gestissero i Paesi, e a morte la democrazia. Mi svegliai tutto sudato e mi venne subito in mente mia nonna, che con la terza elementare, portava su e giù dalle scale il cherosene per molti anni. Poi subentrò l’immagine di mio nonno, che lasciò Milano per quella che allora era solo campagna, indebitandosi per inseguire il sogno della libertà. In rapida successione vidi mio padre, con i truccioli sul maglione, che doveva stare a sentire le lezioni di persone che si erano dimenticate cosa significasse vivere, o non l’avevano mai saputo. E ancora, mia mamma che mandò a quel paese un certo superiore, perché la professionalità esige rispetto e non una stupida gerarchia. E poi, infine, ecco i miei fratelli, a cui dissero che guardavano troppo fuori dalla finestra o che i punti non bastavano per passare l’esame; ma che ora sanno più cose della media dei laureati e che, soprattutto, sopravvivrebbero in diverse situazioni, a differenza degli idioti di Facoltà. 

Sciacquandomi la faccia, dopo questo incubo, e ripensando a tutte queste immagini, mi resi conto che quel professore era più povero degli schiavi dell’Antica Grecia e che avrei combattuto per non diventare mai così, rinnegando la mia origine, la mia esistenza autentica.

Ed eccomi qui, sulla soglia dei miei 30 anni, a non sapere chi sono, perché questo non lo si sa mai fino a quando si vive; ma con una bussola in mano, costruita dalle storie della mia famiglia, che mi orienta in un mondo di infinite possibilità, in cui si deve morire per esistere, altrimenti ci si perde in esistenze inautentiche, su soglie di possibili io. Questa bussola mi parla di ambizione, della bellezza dei sogni, della paura dei fallimenti, del valore della libertà, di quanto sia preziosa l’autenticità e, infine, di quanto sia importante lo scendere ogni mattina, anche quando la fede e fiducia in sé traballano. 

Quindi, se proprio dovessi scrivere a qualche mio io passato, manderei una lettera a Michele, nato il 9 Giugno 1991. Non saprebbe leggere, probabilmente non vedrebbe nemmeno il foglio e starebbe piangendo per essere appena nato. In questa lettera non scriverei molto. Pur avendo la passione per la scrittura, la mia famiglia mi ha insegnato che le azioni spesso insegnano più delle parole. Tuttavia, qualcosa scriverei. Gli riporterei una frase di mio padre che, parafrasando Borsellino, è solito dire: “chi ha paura di morire, muore due volte”. La paura della morte esistenziale, che è più profonda e quotidiana di quella fisica, ti può rendere schiavo nella tua stessa vita, incatenato a pensieri, sogni ed incubi non tuoi.

Ricordati, caro Michele, che il sole sorge e tramonta per tutti, ma per ognuno in modo diverso. Sta a te raccogliere il tuo essere e incamminarti in quella vastità che è la vita, senza dimenticarti che non potrai conoscere la tua destinazione, almeno fino a quando non morirai. E ricordati, anche, che sarai materialmente solo in questo viaggio, ma avrai almeno una bussola con te, che non sparirà mai e che non ti lascerà mai esistenzialmente solo.

Fai buon viaggio, caro Michele.

Sull’origine del mio scrivere

Stanchi occhi pescano

folletti fuorilegge scappati

da foreste bianche

di fogli macchiati

tracce di acqua stagnante

Ricerco un’origine

di senso centripeto

gravità per i miei pensieri

aerostati incerti sfumati spenti

Scorgo quel bambino

riflesso di un istinto

respiro vitale di morte

di possibilità che volteggiano

di eterneggianti presenti

sull’isola dello zucchero magico

Le quattro uova

Ci sono quattro uova: due bianche e due di cioccolato. Mi aspettano, io le osservo. Non so chi le abbia portate: un coniglietto, una gallina, una persona dal volto coperto. So solo che mi incuriosiscono; hanno una storia da raccontare.

Il primo uovo, di cioccolato, arriva dal passato e porta con sé un ricordo dolce. Mio nonno cammina lento con il sorriso sul volto. Porta uno scatolone, pieno di uova di cioccolato per me e i miei fratelli. Entra, adagia lentamente il regalo sul pavimento e un’atmosfera di festa si irradia da quel centro. È strano come funzioni la memoria. Non so se il ricordo sia associato a un particolare momento o se quella scena si sia ripetuta annualmente, finendo con il marchiare la mia mente. Poco importa. Quel sorriso mi accompagna ancora oggi, sussurrando di fare buon viaggio.

Un viaggio che non so dove mi stia portando. Due uova bianche mi scrutano e mi interrogano sulla mia natura. Io sono davanti a loro con un velo squarciato in mano, traccia di un’illusione morta con la scomparsa di mio nonno. Sono un equilibrista in bilico tra sogno e realtà, tra emozione e ragione, tra significato e mancanza di senso. Danzo su una soglia, che rispecchia una fragilità esistenziale. È un viaggio lungo, direi un buon viaggio. Tuttavia, il dubbio si insinua. Chi sono io di fronte a quella fragilità? Basta un passo sbagliato e il vuoto mi inghiottirà. Ci vuole maestria per sfiorare la perfezione, pura e immacolata. E se si potesse toccare soltanto una volta nella vita?

Il terzo uovo, sempre di cioccolato, mi chiede di smetterla con le domande. Proviene dal futuro e porta con sé un messaggio: il buio è necessario per vedere i colori. Canticchia un motivetto, mi sembra una canzone di Vecchioni. Io osservo quella fiamma che arde accerchiata dalle tenebre, in grado di sorreggere il peso della malinconia. Ho paura che si spenga da un momento all’altro. Eppure, va avanti in una danza silenziosa, con sempre meno ossigeno. Respiro piano per non disturbarla, ma la accompagno con i miei occhi. Deve essere supportata, bisogna proteggerla in una bacheca di vetro. Essa è un’opera d’arte, piena di senso grazie solamente al suo esistere. Ha bisogno solo di un po’ di ossigeno per continuare ad alimentare la bellezza, sperando di salvare il mondo: il suo e il mio.

Ci sono quattro uova: due fresche e due di cioccolato. Mi raccontano una storia, lunga un’eternità, che parla di una folle danza di una fiamma tra la vita e la morte. Non so più cosa sia passato, presente e futuro. Poco importa. Un sorriso appare sul mio volto e comprendo che sarà un buon viaggio.

Il piacere della solitudine

Coppie passeggiano, mano nella mano, in attesa di un aereo che le porterà chissà dove. Famiglie con bambini mangiano hamburger e patatine fritte di fronte a me. Io sto e osservo. La società ci educa allo stare insieme; la solitudine è poco comune. Un signore mangia da solo, scrivendo al computer, qualche tavolo più in là. Mi chiedo se stia aspettando qualcuno o se stia raggiungendo una persona amata dall’altra parte del mondo. Mi sembra che si stia gustando la sua solitudine, temporanea o esistenziale, insieme a un filetto e un bicchiere di vino rosso. Posso dire lo stesso di me stesso? Io sto tornando a casa, qualcuno mi sta aspettando. Tuttavia, sono temporaneamente solo e anonimo in questa folla in continuo movimento. Molto è cambiato in un anno e mi interrogo sul piacere della solitudine. Provo una sensazione piacevole ad essere qui, solo e anonimo, a scrivere di me stesso, degli altri, della vita. Che tipo di piacere è? Posso ritenerlo un piacere vero e proprio oppure è un’illusione? In fondo io non sono solo, se non temporaneamente. Eppure, qual è la differenza tra un istante e l’eternità? Io sono solo ora e provo un piacere sottile ad osservare la realtà da una posizione privilegiata, che non potrei avere stando in compagnia. “Devi imparare a conoscere il piacere di stare da soli” mi hanno detto. Non so se ci stia riuscendo veramente. Forse è solo un inganno che sto giocando a me stesso. Piacere della solitudine, ti sto conoscendo o mi stai ingannando?

La panchina di pianoforte

https://ilbunkerdelcuore.com/2013/08/01/la-panchina-di-pianoforte/
http://www.cgmcorengia.it

Cosa c’è di speciale in una panchina per pianoforte?

Tante volte nella sua vita Joseph si era posto questa domanda senza riuscire a darsi una vera risposta, o meglio senza trovare le parole per formulare una risposta che gli altri potessero in qualche modo capire. Dentro di sé egli sentiva una scintilla speciale, una sorta di piccola, breve ma intensa scarica elettrica, fulminante il suo cuore, la sua mente e la sua anima; ma non riusciva a far in modo che gli altri capissero la natura di quell’energia che gli pervadeva il corpo, mentre estraeva dal legno silenzioso una sorta di piccola opera d’arte espressiva. Continua a leggere “La panchina di pianoforte”

Pensiero di Capodanno

Arrivederci Anno

te ne vai come un babbo natale passato di moda

vecchio e stanco, saggio e umile

con il tuo sacco pieno di ricordi

vai via e lasci spazio

all’anno giovane, forte, di belle speranze:

l’anno futuro

Continua a leggere “Pensiero di Capodanno”

Donare sangue

Donare significa condividere se stessi in un modo profondamente umano e concreto. La donazione di sangue è un regalo che ognuno di noi può fare all’umanità. Non importa quale sia la tua condizione sociale o economica, basta che tu sia in salute e puoi fare un dono di inestimabile valore: dare la possibilità di continuare a vivere. Continua a leggere “Donare sangue”

Teoria del bianco e del nero

Partiamo da un presupposto: l’alfabeto contiene un numero finito di lettere. Le parole non sono altro che combinazioni di lettere a cui attribuiamo un significato. Le frasi non sono che combinazioni di parole. Quindi? Continua a leggere “Teoria del bianco e del nero”

Teoria sull’ispirazione

Paulo Coelho dice che “se tu aspetti per un’ispirazione, non sei un artista bensì uno che semplicemente aspetta”. Penso che questa frase sia profondamente vera in ogni aspetto della vita, se intendiamo con la parola artista l’uomo che agisce e inventa. L’ispirazione non serve solamente in un contesto artistico, ma in qualsiasi situazione umana. Per amare ci vuole l’ispirazione, data dall’altra persona o dal tuo stato d’animo. Per conquistare qualcosa ci vuole l’ispirazione, che può essere trovata in un gesto, in una melodia, in una parola oppure in una nuvola. Per giocare a calcio ci vuole l’ispirazione del passaggio giusto, dell’intervento tempistico. Per pensare ci vuole qualcosa o qualcuno che ci colpisca e ci faccia riflettere. Sostanzialmente per vivere nella maschera di uomini che ci siamo dati, c’è bisogno di ispirazione. Continua a leggere “Teoria sull’ispirazione”