Caro amore,
o caro tempo,
o caro chiunque mi abbia camminato accanto,
non so da dove cominciare,
forse da quegli anni in cui la vita ci sembrava generosa,
in cui bastava uno sguardo e il mondo ci applaudiva.
Le scuole private, le vacanze da sogno,
la sabbia bianca delle Maldive sotto i piedi dei nostri figli
e Cuba che danzava nei nostri ricordi.
Tutto sembrava eterno,
e invece no.
Poi il 2008 ha bussato alla porta
e non era un visitatore gentile.
Abbiamo fatto un passo indietro, poi un altro,
ma non abbiamo mai lasciato che i nostri figli sentissero il vuoto.
Abbiamo messo via i viaggi, le macchine nuove,
ma non l’amore.
Nel 2016 la parola “cancro” è entrata in casa
come un ladro.
Tu hai affrontato la malattia,
io ho affrontato tutto il resto.
E anche se spesso sembri distante,
anche se le parole tra noi a volte inciampano,
so che mi hai voluta al timone,
che mi hai lasciata decidere,
che mi hai amata senza proclami,
ma con quella fiducia che pesa più di cento frasi.
Abbiamo venduto case,
perso notti, contato debiti come si contano le stelle
quando si ha paura del buio.
Ma non abbiamo perso il senso.
Stefano ha deciso di restare.
E allora si resta anche noi.
Io non mi lamento.
Anzi.
Ho avuto una vita piena,
ho amato, ho lavorato, ho costruito.
Ho avuto tre figli che sono la mia poesia vivente,
e cani che mi hanno fatto sentire necessaria.
Ma ora, lo confesso:
vorrei solo un poco di pace.
Non la pace rumorosa dei traguardi,
ma quella silenziosa delle cose semplici:
un mattino lento,
la tua mano sulla mia,
una casa dove si respira senza paura.
Non voglio indietro ciò che è stato.
Voglio solo sentirmi leggera,
come una promessa mantenuta.
Con amore,
con stanchezza,
con speranza,
tua.