
Cosa c’è di speciale in una panchina per pianoforte?
Tante volte nella sua vita Joseph si era posto questa domanda senza riuscire a darsi una vera risposta, o meglio senza trovare le parole per formulare una risposta che gli altri potessero in qualche modo capire. Dentro di sé egli sentiva una scintilla speciale, una sorta di piccola, breve ma intensa scarica elettrica, fulminante il suo cuore, la sua mente e la sua anima; ma non riusciva a far in modo che gli altri capissero la natura di quell’energia che gli pervadeva il corpo, mentre estraeva dal legno silenzioso una sorta di piccola opera d’arte espressiva. Mai nella sua vita, fin da quando era piccolo e per la prima volta prese in mano un pezzo di legno per creare e inventare, era stato capito. Gli altri non si capacitavano innanzitutto per il fatto che dedicasse la sua vita al suo lavoro senza avere apparentemente altre passioni, altri interessi o come minimo altri modi per passare il tempo. Si alzava alla mattina, iniziava a costruire una panchina dopo l’altra e smetteva alla sera per andare a dormire. Tutto ciò da talmente tanto tempo che neanche egli si ricordava esattamente il momento in cui iniziò a farlo. In secondo luogo gli altri non comprendevano il motivo per cui si dedicasse tanto ad un lavoro, che chiunque definiva umile. Di base era un falegname, non un artista come dava a vedere. Un falegname come lo era stato Giuseppe, padre di Gesù, oppure Geppetto, due persone assunte come modelli di umiltà in funzione anche del loro lavoro. Poco importava che in realtà Joseph non si mostrasse minimamente come un artista; si faceva semplicemente gli affari suoi, felice e beato nel suo mondo di creazione dal legno. Joseph, di fatto, viveva veramente in un suo mondo; lontano da tutto e da tutti. Aveva una piccola bottega, che fungeva anche da casa oltre che da posto di lavoro; possedeva gli attrezzi del mestiere e nient’altro. Non aveva grandi rapporti umani, se si trascurano gli sporadici contatti con i pochi clienti; viveva da solo e non si preoccupava di questo. Probabilmente non aveva nemmeno mai cercato alcun genere di compagnia. La gente lo osservava nelle sue brevi e rare uscite con sospetto per le motivazioni menzionate e anche perché spontaneamente alla sua vista si palesava la parola “strano” sulle loro bocche. Non si curava minimamente del fisico, delle relazioni sociali, degli altri, del sorgere o calare del sole. Non badava a nulla, se non al proprio lavoro con un atteggiamento di mistica ossessione. E cosa ancora più particolare, non si faceva pagare per il prodotto della propria fatica mentale e fisica. Ogni panchina era di fatto un’opera d’arte interamente fatta a mano; come chiunque poteva constatare con un minimo senso d’obiettività. Le sue panchine erano di una qualità divina sia dal punto di vista strutturale sia dal punto di vista estetico. E da quando aveva iniziato quel lavoro, non aveva mai creato due oggetti uguali. Ogni panchina era stata partorita da un’ispirazione genuina, immediata e irripetibile; e la sua mano seguiva fedelmente solo ciò che la sua mente ordinava. Per questo non c’erano mai state due panchine uguali tra loro; cosa che gettava ancora più mistero e quasi paura su quella figura indefinibile, forse disumana, e allo stesso tempo divinamente umana come testimoniavano le sue opere. Per questo profondo timore e sospetto pochi ricercavano le sue panchine; la gente aveva quasi paura di chiedere e poi sedersi su una sua opera come se fosse contagiata da un virus in grado di infettare chiunque. E quei pochi coraggiosi e valorosi che si rivolgevano a lui, se ne andavano sempre con l’acquisto fatto senza aver sborsato nemmeno un soldo. Joseph si era sempre categoricamente rifiutato di ricevere denaro in cambio di una sua panchina. Non si sapeva il motivo visto che nessuno ci aveva mai parlato con lui; addirittura non si era sicuri del fatto che avesse il dono della parola. Né si poteva lontanamente immaginare come facesse a vivere senza acquisire denaro dalla propria attività lavorativa. Come faceva a comprarsi il cibo senza soldi? Nessuno lo sapeva. Di fatto nessuno l’aveva nemmeno mai visto comperare da mangiare o da bere. Un tipo totalmente avvolto nella nebbia del mistero, rifugiato nella sua bottega esistenziale senza alcun contatto con il resto del mondo, se non le sue opere che parlavano per lui.
Un giorno come un altro entrò nella sua bottega un ragazzo come tanti altri. Niente faceva presagire qualcosa di speciale, di fatto era un giorno comune a tanti altri e il ragazzo non aveva apparentemente nulla di speciale. Eppure quel giorno la Normalità diede alla luce l’Unicità ed essa fu battezzata Immortalità. Il ragazzo, probabilmente sulla trentina abbastanza trasandato e bruttino, bussò prima di entrare nella bottega. “Buongiorno, permesso, c’è, c’è, c’è… nessuno?” disse con una voce tremante e oscillante tra la paura e il balbettio. Non ricevendo alcun tipo di risposta, chiuse la porta dietro le sue spalle e avanzò incerto verso il centro della bottega a forma quadrata. Si guardò intorno con occhio curioso in cerca di un indizio che gli suggerisse la presenza di una forma vivente all’interno di quella tomba di legno, sudore, buio e silenzio; ma non trovò nulla.
La stanza bottega-casa aveva una disposizione semplice. Nei punti medi dei quattro lati del quadrato erano posti quattro punti luce: la porta e tre finestre senza tende. Al centro della stanza svettava imperioso il tavolo da lavoro affiancato sulla destra da un piccolo tavolino, su cui erano posti tutti gli attrezzi da lavoro; e sulla sinistra da una catasta di materia prima: il legno. Infine in fondo alla stanza, sulla destra, c’era un letto in stile branda militare e, sulla sinistra, un piccolo angolo cottura. Non vi era traccia di un bagno, il che faceva nascere riflessioni particolari nella mente del ragazzo. Quest’ultimo si avvicinò ulteriormente al tavolo di lavoro, che era l’unica cosa pulita in quella catapecchia stanca e soffocata dalla polvere. Gli sembrava di essere piombato improvvisamente negli anni in cui Gesù veniva nutrito ancora dal lavoro di suo padre Giuseppe. Si guardò intorno ancora una volta e un brivido gli trafisse la schiena: c’era un silenzio mortale in quella stanza, sembrava quasi che la bottega fosse al di fuori dal Mondo e dal Tempo. Sospirando per quella sensazione di solitudine che stava piano piano entrandogli nelle ossa, allungò la mano destra per prendere un attrezzo ed esaminarlo più da vicino.
“Che fai sciocco?” disse una voce talmente profonda che fece tremare le corde vocali del ragazzo, che istintivamente ritrasse la mano come se fosse stata posta sul fuoco. Da dove era giunta quella voce? “Indietreggia e lascia il banco da lavoro. Questa non è casa tua, porta rispetto. Innanzitutto solitamente si bussa e si aspetta una risposta prima di entrare in luoghi altrui; e poi si sta sulla porta fino a quando non si è invitati ad avanzare. Non te le hanno insegnate queste cose i tuoi genitori? O essi sono sciocchi come te e quindi non sono stati in grado di farlo?” sentenziò la voce misteriosa. Il ragazzo sorprendentemente rimase sul posto e rispose goffamente con la voce incerta: “Io non ho mai avuto genitori, signore. O meglio li avrò anche avuti, ma non li ho mai conosciuti. Sono stato abbandonato e cresciuto in un orfanotrofio. Non conosco l’amore di una famiglia o di un’altra persona, solo l’odio”. “Ragazzo, perché ti umili così con una persona che neanche conosci?” “Non mi sto umiliando, quello che dico è semplicemente la verità. Non avrei motivo di nasconderla, visto che la pietà è il miglior sentimento che potrò mai suscitare in altri viventi, signore.” “Non sei solo sciocco, parli anche come tale. Qual è il tuo nome?” “Mi chiamo Pianoforte, signore.”
La voce non rispose immediatamente, sembrò sorpresa da quella risposta particolare. “Mi prendi in giro, ragazzo? Il tuo nome vero o puoi, se no, uscire dalla mia bottega immediatamente!” “Non la sto prendendo in giro, signore. Io non ho altro nome che questo, non mi ricordo il mio nome di battesimo; me l’hanno rubato la notte in cui mi misero addosso la maschera dell’infamia e dell’odio: la notte in cui mi tagliarono la mano sinistra per gioco”.
“Per gioco dici? Avevi compagni di gioco un po’ duri o sbaglio?” disse la voce e scoppiò in una risata fragorosa. Il ragazzo abbassò gli occhi pieni di lacrime. “Ragazzo non piangere. Già mi sembra surreale questa conversazione di suo, se ti metti a piangere penserò di essere qui solo a parlare con me stesso o, nel caso migliore, con un malato mentale. Ma poi non è forse la stessa cosa?” “Non penso, signore” “Non pensi cosa, ragazzo?” “Che sia la stessa cosa. E’ probabile che io sia un malato mentale, ma non penso che lei lo sia o quantomeno che stia parlando da solo con la sua parte malata. Perché dovrebbe rappresentare la sua infermità con un’immagine così triste e desolata come la mia?”
“Non saprei, forse perché mi riconosco un po’ in te. O in me…” “Anche un infermo mentale non vorrebbe rappresentarsi come me” “Sei un po’ duro con te stesso, ragazzo. Ma io non sono tuo padre e nemmeno tuo amico, quindi poco mi importa. Cosa vuoi da me, Pianoforte senza una mano?” disse la voce accompagnandosi con un’altra risata fragorosa.
Il ragazzo indietreggiò ora dal tavolo da lavoro e si avvicinò alla porta. “Vorrei avere una delle sue panchine” “Per farci cosa, ragazzo? Non servono per sedersi, fungono da accompagnatrici silenziose del musicista. E tu di certo non lo sei”. “Io vorrei suonare, io amo il pianoforte più di me stesso” “Senza una mano e come faresti? Sei proprio uno sciocco e io non ho tempo da perdere con gli sciocchi!” “Io sento la musica dentro di me, dentro la mia testa. Perché non potrei suonare o avere almeno la possibilità di farlo? E’ l’unico piacere della mia vita, la mia unica passione e verità”. “Il destino dà ad ognuno le sue possibilità. A te non ha dato questa, è inutile che ci perdi tempo; trovati qualcos’altro da fare e lasciami solo, che ho del lavoro da sbrigare” ordinò la voce perentoria. “La prego, signore! Io non ho soldi, non ho nulla. Lei è l’unico che regala panchine!”
“Sciocco! Io non regalo panchine! Io condivido le mie idee e me stesso con gli altri attraverso loro. Io concedo in sposa le mie figlie, le mie creature! Ma cosa ne vuoi sapere tu?! Sciocco malato mentale senza una mano e senza dignità. A te non serve una panchina per pianoforte, non potendo mai avere questo strumento musicale dal costo eccessivo e, nel caso, non potendo mai suonarlo! Quindi stai zitto e vattene da qui. Io non ho nulla per te, nessuno ha qualcosa per Pianoforte! Il mondo non ti vuole come non vuole me; ma io so fare qualcosa almeno, tu non puoi fare nulla!”
“Io non me ne vado!” disse il ragazzo per la prima volta deciso. “Osi sfidarmi, sciocco?!” disse la voce con rabbia profonda e fredda. “No, non è mia intenzione farlo, signore. Ma la musica, il pianoforte è la mia unica ragione di vita. Non l’ho mai suonato, ma sento dentro di me la sua melodia fin da piccolo. Se sono ancora vivo, è solo merito suo e la panchina per esso mi serve, perché è l’unica cosa che posso avere in queste condizioni. Necessito di essa per sognare. Se lei, l’unica persona che può darmi la possibilità di sognare, non vuole farlo; non ho altri motivi per vivere…”
“Stai tentando di impietosirmi con una subdola minaccia di suicidio?” “No, sto tentando di salvare me stesso dall’oblio del nulla come fa lei costruendo opere d’arti giorno dopo giorno e vivendo solo ed esclusivamente in funzione di loro. Le sue panchine sono la sua unica famiglia e lei non chiede altro. Io le chiedo soltanto di non abbandonarmi nella solitudine, ma di accompagnarmi verso la mia unica ragione di vita grazie alla sua passione. Le chiedo la mano di sua figlia e la supplico di non distruggere il nostro amore…”
La voce rimase in silenzio a lungo, il tempo sembrò fermarsi e raggelarsi. “Pianoforte, tu parli bene, non sei poi così sciocco. Probabilmente sei più intelligente di tutti quelli là fuori e di me compreso. Ora, io potrei anche concedere in sposa la mia figlia più bella tra tutte a te; ma prima stai bene a sentire quello che ho da dire. Le mie panchine per pianoforte sono speciali, ognuna è unica a suo modo; perché in loro metto tutto me stesso, con loro gioco tutta la mia vita, i miei sogni e le mie speranze. Senza loro io sarei solo un povero vecchio senza alcuna ragione esistenziale. Sarei vuoto, spento, solo. Sarei un albero morto. Ma quando io prendo in mano lo scalpello e estraggo dal legno la mia ispirazione, mia figlia nasce e con essa riprendo vita anch’io. E’ un ciclo divino, che un giorno si spezzerà e mi lascerà nell’oblio. Ma per il momento è al suo apice, lo sento vivo e vigoroso. Questa mattina ho dato vita alla mia figlia più bella e ora voglio che sia tu a prenderla in sposa. Pianoforte, tu non sarai più solo; d’ora in poi avrai una compagna eterna. La mia passione incontrerà la tua e insieme spero possano fare grandi cose. In questo momento io mi sento un dio, perché ti do la possibilità di sognare con e attraverso la mia panchina, che ormai è la tua. Non ti chiedo di ringraziarmi, ma solo di rispettarmi sempre. Anche senza mia figlia, tu potresti seguire la tua passione; ma con lei la passione si tramuterà in sogno esistenziale. Con una panchina, io ti do tutto me stesso: il mio sudore, le mie idee e le mie speranze. Il tuo presente e il tuo futuro incontrano il mio presente e il mio futuro, cancellando il passato.
Ragazzo, mi scuso per essere stato duro con te come lo sono stati tutti; spero che mia figlia possa riscattare la tua misera vita insieme alla mia. Mi riconosco molto in te, è vero. Magari sei semplicemente la parte oscura che ogni uomo ha dentro di sé. In qualunque caso io ti concedo la possibilità di vedere un sentiero che porta al tuo sogno, tu in cambio dovrai trattare mia figlia, la mia vita meglio di quanto tu tratti te stesso. E magari un giorno troverai il modo, grazie alla passione di qualcun altro, di percorrere quel sentiero, raggiungere il tuo sogno e viverlo.
In quel caso, caro Pianoforte, ti auguro di suonare imperioso la musica, che hai dentro la tua testa.
In quel caso ricordati di me.
In quel caso siediti sulla panchina più bella e riprendi vita, dando alla luce i tuoi figli e inseguendo la tua passione.
Buona fortuna, ragazzo mio.
Buona fortuna, Pianoforte senza una mano”.
La voce si spense lentamente, ma prima di svanire del tutto sussurrò:
“Buona fortuna piccola mia, rendi orgoglioso tuo padre…”
Michele Corengia