“Il gioco è un corpo a corpo con il destino.” (Anatole France – Il giardino di Epicuro)
“La vita non ha che un vero fascino: è il fascino del gioco.” (Jean-Claude Killy)
“Nell’uomo autentico si nasconde un bambino: che vuole giocare.” (Friedrich Nietzsche – Così parlò Zarathustra)
“Si può negare, se si vuole, quasi ogni astrazione: giustizia, bellezza, verità, divinità, Dio. Si può negare la serietà, ma non il gioco.” (Edward Hall)
Giocare. Tutti giocano dalla tenera età fino alla vecchiaia. Ricchi e poveri; genitori e figli; fratelli e sorelle; … Giocare è una delle attività che accomuna tutto il genere umano: pur con forme e modalità diversissime la componente ludica è presente in tutte le culture. Proprio per questo motivo non è facile dare una definizione alla parola gioco. O meglio non è semplice individuare una definizione completa. Si può trovare l’etimologia della parola. Gioco deriva dal latino iocu(m) propriamente gioco di parole, scherzo, facezia. La voce ha poi sostituito ludus, che vuol dire gioco in azione. Infine nel corso degli anni la “i” iniziale di iocum seguita da vocale, poiché aveva valore di consonante, è diventata “gi”, rendendo il vocabolo più simile al nostro. Secondo alcuni, iocus sta per diocus dalla radice div=dju= giocare, scherzare; un’altra radice potrebbe essere jak scagliare, con il senso primitivo di scherzo. Ma l’etimologia non coglie minimamente il vero senso del giocare. Allora dove si può cercare di scovare la vera essenza della parola gioco? Nella sua definizione grammaticale? Il gioco inteso come un’attività che può possedere una funzione ricreativa, una educativa, una biologica e sociale, che coinvolge una o più persone (i giocatori)? No. Non rende l’idea. La base del gioco è l’emozione. Una definizione non comunica affatto questa sensazione. Si può decodificare il vocabolo gioco, analizzandolo da diversi punti di vista (filosofico, sociologico o psicologico). Ad esempio Freud rintracciò nei giochi del maschio, il tentativo di imitare il padre e ricoprirne il suo ruolo, mentre con i suoi giochi la femmina cerca di attuare quell’autorità che le viene negata. Freud segnalerà l’attivazione, durante i giochi dei bambini, del processo di identificazione. Il gioco è in grado di aiutare i bambini a superare le loro paure, perché gli consente di trasferire l’oggetto del timore su un altro oggetto, familiare e quindi non pericoloso. Ma imboccando questa strada si analizza soltanto un aspetto del gioco, ignorando quindi la possibilità di trovare la completa essenza del vocabolo gioco.
Quindi come si può definire rimanendo esaurienti e precisi l’attività ludica? Prendendo in considerazione l’aspetto comune a tutti i giochi, per bambini o per adulti. Chi gioca si può divertire ma può provare anche rabbia; può agitarsi o rimanere calmo; può migliorare le sue capacità atletiche o mentali; può cercare di ritornare bambino o di sentirsi più grande. Ma chiunque gioca lo fa con qualcun altro, che può essere un avversario o un semplice compagno di giochi. In alcuni casi il giocatore può giocare con sé stesso. Questa necessità di avere un altro nasce dalla consapevolezza che alla base del gioco della vita c’è sempre l’emozione. Senza di essa non esisterebbe alcun gioco. Semplicemente perché l’emozione è un sentimento vivo e un sentimento non è altro che la consapevolezza di sé. Senza consapevolezza di sé l’uomo non avrebbe riconosciuto il gioco e tutto ciò che esso comporta. Insomma il giocare è la necessità di trovare qualcun altro per emozionarsi, per avere consapevolezza di sé.
Quando nasci inizi a giocare alla vita. All’inizio giochi con te stesso, poi incontrerai persone che si siederanno al banco di gioco con te. Con alcune delle quali giocherai di più con altre di meno. Alcune resteranno, altre se ne andranno. Sarai guidato dal fato, dalla fortuna che esiste in qualsiasi gioco e ti emozionerai, avrai consapevolezza di te.
Michele Corengia