C’era una volta in un universo lontano un popolo di piccoli folletti, chiamati Zorelliani. Il loro mondo era semplice. Vivevano in pace con sé stessi, non avevano problemi di alcun tipo e si procuravano tutto il necessario per vivere attraverso la magia, che scaturiva scintillante dai loro cuori. Un mondo unico, perfetto, paradisiaco, che era difeso da ogni parte da un mare assai esteso, limitato solamente dalle “Montagne erranti”.
Gli Zorelliani, sfruttando la loro invidiabile magia e il considerevole tempo libero di cui godevano, erano giunti a conoscere ogni aspetto del loro mondo: nulla per loro aveva segreti. Non era possibile nel loro mondo dire qualcosa di nuovo o scoprire qualche segreto. L’ultima rivelazione risaliva ormai a cinquecento anni prima ed era stata fatta da Zorel, l’attuale capo supremo dei folletti. Egli aveva scoperto e identificato la natura delle “Montagne erranti”: si trattava di componenti primordiali del loro universo, in continua eccitazione poiché sconvolte da reazioni chimiche perenni. La teoria, che andava a riempire l’ultimo tassello delle loro conoscenze, fu accettata immediatamente e a Zorel fu dato il trono. La vita dei folletti procedeva quindi tranquilla e statica. Non si faceva nulla, non si pensava a nulla; si viveva e basta nell’ozio e nella libertà totale. Tutti erano allo stesso livello, tutti possedevano lo stesso livello di conoscenza massima. Il trono fu dato e tenuto da Zorel solamente perché fu lui a compiere l’ultima scoperta; e nessuno interpretava questo come un segno di disuguaglianza. Il trono non dava alcun privilegio.
Un giorno furono portati al cospetto di Zorel due folletti con un’accusa assai grave: stavano turbando la tranquillità del popolo dopo innumerevoli anni di assoluta quiete e pacifica convivenza. Entrambi rappresentavano l’eccezione all’omologazione. E in un popolo, che si basava sull’uguaglianza, ciò era assai preoccupante.
Il primo assicurava di sapere cose in più rispetto agli altri, era sicuro di essere migliore, di essere un genio rivoluzionario; e per questo motivo non voleva badare a ciò che gli dicevano gli altri del popolo.
Il secondo era l’opposto: pensava di essere il peggiore, si vergognava di sé stesso e delle sue idee. Anch’egli non voleva badare agli altri con la paura che essi emettessero solo giudizi negativi sulla sua persona.
Zorel doveva risolvere al più presto la questione per riportare l’ordine e la tranquillità nel suo mondo, quindi convocò tutti gli Zorelliani in consiglio per emettere una sentenza a riguardo di questi due folletti folli.
Una volta aperto il concilio, Zorel chiese al primo folletto di dimostrare ciò che diceva. Avrebbe dovuto presentare la sua idea innovativa e, se fosse stata ritenuta veramente tale, il capo supremo gli avrebbe ceduto il trono. In caso contrario il folletto sarebbe stato esiliato negli abissi senza fine del mare. Il folletto allora, interpellato, disse con arroganza: “Questa cosa vi sconvolgerà tutti, sarà la più grande scoperta di sempre! L’acqua a zero gradi si solidifica!” . L’intero consiglio scoppiò a ridere per questa ovvietà e il povero folletto fu esiliato con tanto di umiliazione.
Il secondo folletto invece doveva dimostrare di avere il coraggio per sottoporre al giudizio degli altri un’idea qualsiasi e di ascoltare i relativi commenti. Il premio consisteva nell’integrazione nel popolo, la pena invece stava nell’esilio come per l’altro. Nel caso peggiore si sarebbero trovati insieme due folletti: uno che parlava sempre, l’altro che non diceva nulla, entrambi incapaci di ascoltare le parole o il silenzio. Il povero folletto tremante non riuscì a dire nulla e fu quindi condannato all’esilio.
Zorel però doveva assolvere un altro compito dopo quello del giudizio: doveva benedire questi figli del popolo che non avrebbero più fatto ritorno in esso. Poco prima della benedizione, il primo folletto disse a gran voce: “Vorrei avere un’altra possibilità e rinegoziare il nostro trattato. Se riuscirò a rivelarvi non solo qualcosa di semplicemente nuovo, ma qualcosa di eccezionalmente nuovo; allora concederete a me e al mio amico di andare sulle “Montagne erranti”.
Zorel stupito da una richiesta del genere e incuriosito dopo cinquecento anni, incoraggiò il folletto a continuare ed egli disse: “Ebbene.. Le Montagne erranti non sono componenti primordiali dell’universo, sono bensì un altro mondo. Sono esseri viventi e si chiamano Umani, molto più grandi di noi ma non magici”. Lo scalpore fu totale. “Metti in discussione la mia teoria? Su che basi?” “Su ciò che mi ha proposto come verità il mio amico. Mi fido di lui. Se ci sarà concesso vorremmo andare nel loro mondo e assumere prove a riguardo. Poi ritorneremo e vedremo chi ha ragione”.
I due folletti furono lasciati andare, non tanto perché il popolo avesse creduto in loro quanto perché ciò rappresentava comunque un esilio. Furono accompagnati con grande sorpresa generale da Zorel, il quale assaggiato di nuovo il gusto della curiosità non sopportava più l’idea di restare in quella staticità uguale a sé stessa. Aveva fame di qualcosa di nuovo.
Non si seppe più nulla di loro, o almeno per il momento non hanno fatto ritorno nel nostro mondo, chissà se mai li rivedremo. Ormai qui sono diventati delle leggende. Si dice che i tre custodi, così sono stati chiamati, siano arrivati alle “Montagne erranti” e lì abbiano sussurrato al vento le loro idee e ciò che avevano capito nel loro mondo. Se poi qualcosa li abbia ascoltati veramente non si sa.
Quello che posso dire io è che non vedo l’ora ritornino qui. Il popolo omologato ha bisogno delle sue eccezioni, altrimenti è destinato a perire nel suo stesso staticismo.
Tornate presto Superbia Audacia, Umiltà Intelligenza e Zorel Curiosità. Questo mondo ha bisogno di voi, per la vera condivisione di idee che riporti la vita in questo popolo stanco.
Anonimo
Michele Corengia